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Epistolari

Amato ragazzo, di Henry James e Lettere alla figlia di Calamity Jane

Tra le cose che amo leggere di piu' ci sono gli epistolari. Praticamente e' quasi come ascoltare le telefonate degli altri, con il vantaggio che si sentono tutte le voci e che si puo' tornare indietro a controllare se ci siamo dimenticati qualche cosa.

Questa settimana mi sono capitati sotto mano due libri di lettere, il primo di Henry James (1843 - 1916) scrittore americano che intraprende una corrispondenza che dura 16 anni, quasi fino alla fine della sua vita, con lo scultore norvegese Hendrik Christian Anderesen, giovane e bello; l'altro, purtroppo al momento fuori catalogo, di Calamity Jane (1852 - 1903), figura leggendaria del selvaggio west americano, che dal suo venticinquesimo anno di eta' in poi, scrive a sua figlia, data in adozione, ventisette lettere che non spedira' mai, per non turbare la vita tranquilla di una bambina che non sapeva di essere stata adottata. Forse non esistono due figure piu' lontane tra loro, se non per due semplici circostanze: quella di essere due americani quasi coetanei e quella di aver scritto delle lettere.

Delle lettere di James mi ha stupito molto l'abbondanza di allusione al corpo del giovane scultore. James non fa altro che lamentarsi di quanto poco si siano abbracciati, non c'e' lettera che non contenga un invito a recarsi nella sua casa in Inghilterra. Si preoccupa del suo stato di salute e lo invita continuamente a mangiare a sufficienza. All'inizio lo scrittore crede nelle doti artistiche del ragazzo ma con il passare del tempo inizia a criticare la mancanza di vita nelle gigantesche statue che Anderesen produceva. Delle sculture ci sono alcune foto nel libro e personalmente le trovo enormi e inutili. Aveva ragione James quando diceva che non si legge la differenza tra i visi delle figure femminili e quelle maschili, aveva ragione anche quando notava che le enormi figure non "sentono il tormento della pancia", hanno gli arti troppo corti, i visi impietriti... Insomma, un disastro ma e' proprio vero che l'amore e' cieco, e allora James continua a scrivere a questo ragazzo, sognando il momento in cui lo potra' finalmente incontrare. Non ci facciamo illusioni, sono solo lettere appassionate, che non hanno visto succedere niente.

Verso la fine dell'epistolario, leggiamo che Andersen insiste per coinvolgere James in un progetto che lui chiamava il Centro Mondiale. Il Centro Mondiale voleva essere una citta' da creare dal nulla, che diventasse il ritrovo di tutto cio' che di bello, culturale e artistico accadesse nel mondo! E' a questo punto che James perde veramente la pazienza e gli confessa che trova orribili le "forme pretenziose di parole quali Mondo". Verso la fine dell'epistolario, quando James soffriva sia per motivi fisici sia per lo scoppiare della prima guerra mondiale, si percepisce la delusione intellettuale dell'anziano scrittore.

Nel frattempo, mentre James si arrovellava su come poter incontrare il suo giovane scultore, Calamity Jane era impegnata in tutt'altre faccende. Mi ricordo che quando avevo piu' o meno 10 anni, vidi un film su di lei, interpretato da Doris Day, in cui Calamity Jane non faceva altro che andare a cavallo, sparare e sorridere molto. La vera Calamity Jane non era bionda e non era bella. Uno dei suoi tanti cavalli si chiamava Satan, e proprio a cavallo attraversava territori pieni di indiani i quali, pensando che fosse pazza (cosa ci fa una donna sola in un posto del genere?) non le hanno mai torto un capello. Ad un certo punto Calamity si innamora di un bandito, dal quale ha una figlia. La gelosia distrugge il suo matrimonio e finisce per separarsi. Presto capisce che non potra' mai tenere la figlia e quindi trova una famiglia alla quale dare la bambina in adozione. Calamity descrive la sofferenza di questa separazione, tanto che decide di tenere questo diario in forma epistolare, in cui scrive a sua figlia delle lettere che non inviera' mai. Sono ventisette lettere toccanti, in cui cerca di lasciare a sua figlia i suoi valori, cio' che ha imparato dalla vita, cerca di farle capire chi e' e soprattutto che non l'ha mai abbandonata. Calamity, che non ha mai perso i contatti con la famiglia adottiva, si fa spedire delle foto e ogni volta annota quanto sia fiera che la sua bambina cresca sana e forte. Arriva a scrivere che si vergogna della sua povera calligrafia di fronte all'istruzione di sua figlia. Leggiamo di Calamity che gioca a poker; di Calamity che ogni tanto fa a pugni per difendere il suo nome oppure che si ubriaca, ma ci tiene a far sapere che non fa male a nessuno; di Calamity che partecipa allo spettacolo "Wild West Show" di Buffalo Bill. Nella sua ultima lettera, dice di avere un segreto ma di non poterlo confessare e poi rivolgendosi direttamente a sua figlia scrive: "Perdonami & tieni conto che ero sola."

Buona lettura.

Clarabella

Henry James, Amato ragazzo, Marsilio, pp. 309 - Lit. 30.000/EUR. 15,49

Calamity Jane , Lettere alla figlia, Editori Riuniti, (purtroppo fuori catalogo, magari, su una bancarella÷)

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