Una goccia d'acqua nessuno la vedeIl ventinove non lo vide. Il trenta gli sembro' solo un'ombra. Il trentuno lo noto' distintamente, ma non fece caso alla stranezza della cosa. La mattina del primo novembre, Davide Lafontana rallento' guardando nello specchio retrovisore e fermo' la vecchia Golf sul ciglio della strada, piego' il busto verso destra e osservo' la sommita' della collina. (Non e' possibile.) Cio' che vedeva era un uomo assolutamente immobile, che volgeva le spalle alla strada e tendeva il braccio destro in avanti, con un gesto che poteva essere quello di una stretta di mano o di chi tiene un cane al guinzaglio. Lo aveva visto in quella posizione anche il giorno precedente e avrebbe giurato che la breve ombra notata due giorni prima era la stessa figura che stava osservando ora. Scruto' le colline circostanti aspettandosi di vedere altre persone: una donna, dei bambini oppure un cane, ma fin dove arrivava il proprio sguardo, Davide non vide alcun altro essere vivente oltre a quell'uomo, ammesso che quest'ultimo lo fosse. La distanza non permetteva di stabilirne l'eta', ma il colore serio del berretto e il taglio della giacca facevano pensare a una persona adulta. Rimase ad osservarlo attentamente per quasi un minuto cercandone invano il minimo movimento: la sagoma non si sposto' di un centimetro. Davide si raddrizzo' sul sedile e guardo' l'orologio: dieci minuti alle otto. Non poteva tardare oltre. Getto' la gomma da masticare e riparti' verso San Daniele. Quando lascio' il lavoro per tornare a casa, era gia' buio. Di notte, sulla Strada Provinciale di Arcano, il traffico inesistente e nessuna luce artificiale testimoniava presenze ragionevoli. Solo una striscia d'asfalto dotata di una segnaletica orizzontale uniforme e perfetta. Adesso che ci pensava, se la ricordava cosi' da quando aveva preso la patente, non l'aveva mai vista consumata dagli pneumatici o sbiadita dal sole. Era come se, ogni notte, dei piccoli omini in tuta arancione si preoccupassero di passare scrupolosamente della nuova vernice bianca sulle strisce e poi, prima che fosse mattino, sparissero tutti insieme silenziosamente per lasciare agli automobilisti una strada ordinata e confortevole. Guido' con attenzione, contando i blocchi di pietra a margine dell'asfalto. Si fermo' al chilometro quattro e rovisto' nel vano portaoggetti fino a trovare la torcia riservata alle forature notturne. L'accese e provo' a puntarla sulla cima della collina dove forse si trovava l'uomo immobile, poi per terra nell'erba, ma non vide nulla, ne' l'uomo, ne' la collina e quasi neanche il terreno: le pile erano pressoche' esaurite. Doveva fare in fretta. Chiuse a chiave l'automobile e attraverso' la strada. Si trovo' davanti una fitta siepe di arbusti che separava l'asfalto dal prato. Cerco' un passaggio e trovo' un'apertura larga un paio di metri, che doveva servire per l'ingresso degli animali al pascolo. Vi entro' camminando piano, attento a non scivolare sull'erba umida. Al di la' della siepe si accorse che qualcosa rifletteva la debole luce della torcia. Erano i fanali posteriori di un'auto, una grossa berlina con la targa di una citta' lontana duecento chilometri. Si avvicino' con cautela e dopo qualche incertezza guardo' nell'abitacolo. Vuoto, salvo un'agenda di pelle sul sedile del passeggero. I finestrini erano coperti di foglie bagnate. Normale, per un'auto che aveva passato anche un solo pomeriggio da quelle parti in ottobre. Ma erano numerose anche sul parabrezza e questo significava che l'auto non era stata guidata gia' dall'ultima pioggia, cioe' dalla sera del giorno precedente. La luce della torcia vacillava. L'aria era fredda e umida, la luna irreperibile. Davide si diresse velocemente verso la sommita'. Fu sicuro di essere arrivato quando vide il lontano tappeto delle luci della pianura, sulle quali regnava la facciata del Castello di Susans, illuminata d'arancio. Con la torcia frugo' la notte e lo vide: l'uomo immobile, di schiena, con ancora il braccio teso davanti a se'. Lo osservo' a lungo, piu' per lo stupore che per l'aspettativa di un movimento. Gli si avvicino' lentamente puntandogli sulla nuca la luce ormai esausta, gli giro' attorno e quando gli fu di fronte, gli illumino' il volto. Non riusc a vederlo, perche' in quel momento la lampada si spense. Davide si ritrasse di scatto. Attese qualche secondo prima di avere paura. Era al buio, a piu' di cinque chilometri dalla casa piu' vicina e a meno di cinque metri da una persona che, pur essendo in piedi, non mostrava alcun segno di vita. Stava gia' pensando alla fuga quando l'uomo parlo': "Non ha per caso un accendino?" Davide si chiese se aveva davvero sentito una voce, oppure era la propria testa che produceva una buona idea. Si perquisi' nervosamente alla ricerca dello Zippo, che il panico gli aveva fatto dimenticare. Lo accese e vide di fronte a se' un volto tranquillo da ragioniere in carriera con una barba di qualche giorno. "Buonasera" - riprese l'uomo - "mi chiamo Giuseppe Nardin" - e gli tese la mano, anzi, non fece nulla, perche' la mano era gia' tesa. "Buonasera, io sono Davide" - disse lui guardando l'uomo negli occhi e, senza pensarci, fece la cosa piu' naturale che potesse fare, gli strinse la mano. Cio' che accadde dopo, fu il fatto piu' strano che gli sarebbe successo in tutta la vita: l'uomo cambio' totalmente espressione, alzo' le braccia al cielo e sorrise felice. Poi si stiracchio' e comincio' a saltellare. "Finalmente" - sospiro' - "credevo di dover restare in questo posto sperduto per sempre. A proposito, lei come si sente?" "Cosa succede?" - disse Davide - "Non riesco piu' a muovermi!" La sensazione era inedita, semplicemente gli sembrava di non avere piu' il corpo: poteva vedere e parlare, ma qualsiasi altro movimento era impossibile. Non e' che si sentiva bloccato, semplicemente non si sentiva; e non avvertiva neppure il contatto con il terreno. "Stia tranquillo" - suggeri' l'uomo - "prima o poi la troveranno." "Mi troveranno? Chi mi trovera'?" "Uno qualsiasi, credo. Lei ha liberato me e ora dovra' aspettare che qualcuno la liberi." "Liberarmi? Da cosa?" "Non lo so. Quello che ho liberato io non ha saputo spiegarmi nulla. Ma non deve preoccuparsi, non sentira' fame ne' freddo, e non avra' bisogno di nulla. Al massimo si annoiera'. Nessuno potra' farle del male: chiunque dovesse toccarla prendera' il suo posto. Ora devo andare, saranno tutti preoccupati per me. Addio Davide, e grazie!" Giuseppe Nardin, scivolando sulle foglie secche e umide, raggiunse la sua auto e poco dopo scomparve dietro le colline. Davide rimase solo, con un braccio teso e l'altro alzato a reggere l'accendino ancora acceso. Con l'umorismo di chi non ha alternative, penso' di somigliare alla Statua della Liberta'. Prima dell'alba, la benzina dello Zippo si esauri'. Durante il giorno successivo transitarono sulla strada un camion che trasportava bestiame e alcune automobili. Nessuno lo vide e nessuno si chiese cosa ci faceva una malridotta Golf sul ciglio della strada. Piu' il tempo passava e piu' Davide si rendeva conto del suo stato fisico, o meglio, del suo non-stato fisico: non aveva consapevolezza del suo corpo e pur essendo in piedi da venti ore non era affatto stanco, infatti non faceva nessuno sforzo per reggersi. Al calare della notte, per non impazzire di solitudine, comincio' a contare e, piano piano, con l'aiuto della luce delle stelle si abituo' all'oscurita'. Smise prima di arrivare a cento, quando udi' gli scuri versi degli uccelli notturni che abitavano gli alberi di quelle colline. Quei suoni gli suggerirono un'idea: forse non sarebbe stato necessario aspettare che qualche automobilista si fermasse per fare pipi', magari anche un animale poteva liberarlo. Allora imito' il verso che aveva sentito piu' spesso negli ultimi minuti; si sentiva molto ridicolo ma si disse che, visto dove si trovava, le probabilita' che qualcuno facesse commenti erano scarse. Forse sbaglio' richiamo, o forse sbaglio' orario, perche' l'uccello che si avvicino' era l'ultimo che avrebbe voluto vedere. Capi' che era un pipistrello dal rumore disordinato che producevano le sue ali; per alcuni secondi lo senti' volteggiare attorno alla sua testa, poi, muto e senza grazia, si poso' sui suoi capelli. Da quel momento non lo udi' piu' muoversi. Davide cadde nell'erba: era cosi' impreparato alla sua liberta', che non ne resse il peso. Si inginocchio' e guardo' in alto: il volatile era sospeso in aria a due metri dal suolo, con qualche suo capello attaccato alle zampette. Si rialzo' e, badando a non toccarlo, gli si avvicino' e lo guardo' negli occhi. Erano piccoli e scuri. Si godette il privilegio di poter guardare cosi' da vicino l'espressione di un pipistrello incredulo. "Chissa' cosa pensi, povera bestia" - gli disse - "io che ho fatto le scuole superiori non ho neppure tentato una spiegazione, e tu, animale e nient'altro, cosa farai adesso? Non sai neanche contare, o forse anche i pipistrelli hanno un loro personalissimo modo di passare il tempo?" Poi si chino' e passo' le mani sul terreno in cerca di qualcosa. Trovo' un rametto che doveva essere di quercia e, stando bene attento a tenersi distante e cercando di essere piu' delicato possibile, lo lascio' cadere sul dorso dell'animale che, con il suo scomposto modo di sbattere le ali, si allontano' velocemente. Ora Davide poteva osservare tranquillamente un ramo di quercia sospeso nel vuoto. Gli passo' le mani sopra e sotto come fanno i prestigiatori, ma lo fece senza il loro sorriso esperto. Provo' a soffiargli contro, ma il ramo non si mosse. (Non e' possibile.) Nel buio di quella notte, torno' alla sua auto, promettendo di non farsi domande, ma non ci riusci'. Mentre inseriva le chiavi nel cruscotto, mentre metteva la freccia a sinistra per ripartire, e durante tutto il tragitto fino a casa, continuo' a pensare: non e' possibile. Presto sarebbe ritornato sulla cima di quella collina per rivedere quel rametto, o qualsiasi cosa ci fosse al suo posto. Sarebbe certamente ritornato. La domenica successiva, una famiglia di quattro persone fece un picnic sulle colline di Arcano. Si fermo' al chilometro quattro della strada per San Daniele. Pranzo' su un tavolo pieghevole all'ombra di un grande lauro. I genitori digerirono su una stuoia stesa nell'erba. I due bambini, tre e quattro anni, andarono a caccia di invasori extraterrestri da eliminare. Si arrampicarono su quella che sembrava la collina piu' alta e ve ne trovarono uno che, seppure non fosse brutto quanto quelli inventati apposta per loro, doveva comunque essere sconfitto. Chissa' poi quale interesse aveva rivestito un ramo di quercia per un'allodola della zona collinare. Comunque, le lanciarono contro tutto cio' che avevano a portata di mano fra cui missili perforanti, raggi laser e torsoli di mele. Un piccolo sasso ando' a segno e il nemico fuggi' con un gran battito d'ali. I bambini tornarono trionfanti dai loro genitori, lasciandosi alle spalle un sasso sospeso a mezz'aria, un invisibile punto sulla cima della collina. A meta' novembre arrivo' la pioggia: assidua e furibonda, duro' una settimana intera. Quando cesso', al posto del sasso che aveva liberato l'uccello, c'era una piccola goccia d'acqua, che il sole non asciugo' e il vento non porto' mai via. La recensione di Clarabella |
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